[Le dispute]

 

Home 
chi era 
Le invenzioni 
Il telefono 
I  
Eldred 
Le dispute 
Perché Manzetti 
Contatti e link 
English version 
Version française 
Innocenzo Manzetti>Le dispute
 

Innocenzo Manzetti


Le dispute sulla paternità dell'invenzione

La notizia dell'invenzione di Manzetti corse per il mondo intero e fu diramata dai giornali di ogni continente. Il 21 ottobre 1865 anche l'"Eco d'Italia" - giornale in lingua italiana pubblicato a New-York - annunciava la notizia. Insieme alla scoperta di Manzetti, come si vedrà qui di seguito, il giornale italo-americano concedeva ampio spazio alle rivendicazioni di un emigrante fiorentino - tale Antonio Meucci - che asseriva di essere arrivato alle stesse conclusioni del valdostano.
NUOVE SCOPERTE ITALIANE
Sotto questo titolo riproducevasi nel n. 33 dell'"Eco d'Italia" un articolo tolto dal "Diritto" in cui si accennava ad una nuova scoperta del sig. Manzetti d'Aosta che sarebbe la trasmissione dei suoni e delle voci parlate per mezzo dell'elettricità. Ora appare che il nostro amico sig. A. Meucci di Staten Island inventore di tanti utili trovati, applicati con grande successo negli Stati Uniti avesse fatta una simile scoperta, e molto prima che fosse pubblicata nei giornali quella del sig. Manzetti d'Aosta. In giustizia al sig. Meucci, pubblichiamo le seguenti lettere che provano evidentemente come egli sia il lavoro o almeno il primo scopritore della trasmissione dei suoni e delle voci parlate al pari delle lettere telegrafiche, e di altre utilissime invenzioni di cui ultima è quella da lui fatta della fabbricazione della carta per mezzo di legno o paglia indipendente d'ogni altra sostanza.

Signor E. Bendelari,
New York
Staten Island, 29 agosto 1865.


Leggo nell'"Eco d'Italia" di sabato 19 corrente un articolo tolto dal Diritto di Firenze riguardante la scoperta di trasmettere i suoni e le voci parlate per telegrafo, fatta in Italia da certo Sig. Manzetti di Aosta. Ora tale scoperta essendo in tutto eguale alle informazioni che vi detti quattro anni sono in casa di Vincenzo Riveccio nel momento che era in procinto di rimpatriare, gradirei sapere se in Italia avete istruito o parlato a qualche persona riguardo alla mia idea su tale affare. Vi prego voler essere sì gentile di rispondermi che desidero pubblicare la vostra lettera assieme al mio sistema nel "Diritto".
Gradite i miei saluti o credetemi

Vostro amico,
ANTONIO MEUCCI


P.S. Non obbliate che la risposta vostra deve far fede come io nel 1860 vi tenni proposito del mio sistema di trasmettere la parola per filo Elettrico.

New York, 15 settembre 1865.
Signor Antonio Meucci,
Staten Island.

Carissimo amico,
Rilevo dalla vostra del 29 dello scorso agosto che l'"Eco d'Italia" riportava un articolo tolto dal "Diritto" di Firenze riguardante la scoperta fatta da un certo signor Manzetti d'Aosta di trasmettere suoni e voci parlate per telegrafo. Ricordo benissimo che prima di partire per l'Italia nell'anno 1860 voi mi teneste parola su questo soggetto in casa del sig. Riveccio di avere scoperto il modo di trasmettere la parola per filo elettrico; ma essendo io premurato di partire, non ebbi tempo di rivedervi per prendere tutte le informazioni necessarie su questo soggetto. Mi duole moltissimo di sentire che la vostra scoperta sia stata partecipata da altro ingegno, ma sappiate per vostro regolamento che i miei affari in Italia non mi permisero di parlare, accennare o comunicare la vostra idea a persona alcuna. Accettate i miei distinti saluti,

Vostro amico
E. BENDELARI



Signor Ignazio Corbellini,
Arenzano (Genova)

(trattasi del direttore de "Il Commercio di Genova", n.d.a.)
Nell'"Eco d'Italia" del 19 agosto p.p. ho letto di un nuovo scoprimento che riguarda una delle mie antiche; ve lo accludo acciò lo possiate esaminare. Io sono stato uno dei primi che ha lavorato con tutta l'assiduità nell'arte dell'Elettricità come per il Galvanismo all'epoca della sua prima scoperta; allora mi trovavo all'Avana. Abbandonato questo ramo per le enormi spese, mi dedicai quando venni agli Stati Uniti ad altri rami, però non l'abbandonai, anzi di quando in quando facevo qualche saggio di questa bella scoperta, e per mezzo di qualche piccolo esperimento arrivai a scoprire che un istrumento posto all'udito e coll'aiuto dell'Elettricità e del filo metallico si poteva trasmettere la parola esatta tenendo in bocca e stringendo il conduttore fra i denti, ed a qualunque distanza due persone potevano mettersi in comunicazione diretta tra loro senza necessità di dovere comunicare ad altri i propri segreti. Ma stante le mie troppe occupazioni, lo abbandonai coll'idea di comunicarlo a qualche intelligente compatriota acciò nella nostra bella Italia fossero fatti i primi esperimenti. Nell'anno 1860 il mio amico sig. Bendelari partendo per l'Italia ed offrendomi i suoi servigi, gli comunicai la mia scoperta, che ho creduto sempre molto utile, riserbandomi di dargli più ampli schiarimenti quando fosse ritornato a vedermi, ciò che non poté fare stante le sue molte occupazioni, così non vedendolo più, tutto rimase in oblìo. Come vi ho detto più sopra trovai l'articolo, qui accluso, nell'"Eco d'Italia", ed ho voluto, e voglio giustificare che io avevo fatta questa scoperta, e che per essere identica a quella del sig. Manzetti, ho creduto che il sig. Bendelari avesse fatto palese a qualcuno ciò che gli avevo comunicato verbalmente. Scrissi allora al detto sig. Bendelari in proposito, e mi rispose, le quali copie vi rimetto. Io non posso negare al sig. Manzetti la sua invenzione, ma soltanto voglio far osservare che possono trovarsi due pensieri che abbiano la stessa scoperta, e che unendo le due idee si potrebbe più facilmente arrivare alla certezza di una cosa così importante. Se mai per combinazione vi trovaste col detto sig. Manzetti o con qualche suo amico, vi prego di comunicargli quanto vi ho detto e ve ne anticipo i miei ringraziamenti. (...)

A. MEUCCI

Da questa lettera si evince con estrema chiarezza che Antonio Meucci aveva realizzato un apparecchio telefonico molto simile a quello di Innocenzo Manzetti ma, secondo la descrizione, del tutto inferiore a quello preparato ad Aosta. Infatti Meucci era ancora costretto a stringere tra i denti il conduttore, mentre Manzetti poteva parlare già liberamente in una sorta di cornetta. Un altro punto da non sottovalutare affatto è che Manzetti ebbe tanta pubblicità sui giornali, i quali descrissero l'apparecchio e testimoniarono la paternità valdostana dell'invenzione. Meucci, invece, si limitò a sostenere di aver già sperimentato un primo rudimentale apparecchio fin dal 1860; null'altro! Non solo egli non poté dimostrare quanto detto - a parte la conferma piuttosto sibillina dell'amico Bendelari: "ma essendo io premurato di partire, non ebbi tempo di rivedervi per prendere tutte le informazioni necessarie su questo soggetto" - ma non era neppure a conoscenza che lo stesso Manzetti poteva dimostrare di essere giunto alle sue stesse conclusioni fin dal 1850. Oltre a ciò, Antonio Meucci, concluse il suo scritto con una precisazione molto importante: "Io non posso negare al sig. Manzetti la sua invenzione...". Ciò dovrebbe già essere sufficiente per capire che Manzetti non ebbe affatto una parte poco importante nell'invenzione del telefono, ma ne fu anzi il vero precursore e inventore.

La notizia della scoperta non tardò ad arrivare a Parigi, che venne informata grazie ad uno scritto di Emile Quétand - avvocato della Corte Imperiale parigina - il quale sulle pagine del "Petit Journal" del 22 novembre 1865 prendeva posizione sull'invenzione valdostana.
Qui di seguito il pezzo nella versione tradotta:
Curiosità dalla Scienza. Scoperta della trasmissione del suono e della parole per mezzo del telegrafo.
Una nuova scoperta che darà degli importanti sviluppi per gli usi che se ne potranno fare nelle arti e nell'industria, viene ancora ad aumentare le meraviglie di questo secolo; è la trasmissione dei suoni e delle parole per mezzo del telegrafo. L'autore di questa scoperta è il signor Innocenzo Manzetti di Aosta, inventore di un celeberrimo automa... Il signor Manzetti trasmette la parola per mezzo del filo telegrafico, con un apparecchio più semplice di quello oggi utilizzato per i dispacci telegrafici. Oramai due negozianti potranno trattare i loro affari istantaneamente da Londra a Calcutta, informarsi reciprocamente delle loro speculazioni; proporle, combinarle. Parecchie sperimentazioni sono state già eseguite e, grazie alla loro riuscita, confermano la possibilità di mettere in pratica su vasta scala tale scoperta. Si trasmette perfettamente la musica; quanto alle parole, quelle sonore si sentono distintamente...."

La redazione della "Feuille d'Aoste" - nel frattempo venuta a conoscenza della posizione di Antonio Meucci - nel rivendicare il primato della notizia, volle riproporre, nell'edizione del 19 dicembre 1865, il carteggio avvenuto tra Meucci e Bendelari.

I nostri lettori ci saranno grati d'aver riprodotto in queste pagine de la "Feuille d'Aoste" l'articolo seguente del "Commercio di Genova", che mette in evidenza l'importanza dell'ultima scoperta fatta da un figlio della Valle. I lettori non avranno certamente dimenticato l'importanza della notizia, data da noi e segnalata da quasi tutti i giornali, della recente scoperta che trasmette i suoni e le parole come si trasmettono attualmente le lettere per mezzo del telegrafo. Avevamo designato come inventore di questa bella scoperta Manzetti di Aosta, ideatore del celebre automa che suona perfettamente il flauto, come può fare un uomo, e che riproduce i suoni che chiunque può creare tramite un "harmonium" collegato direttamente all'automa. Queste notizie non solo hanno fatto il giro dell'Europa, hanno attraversato l'oceano informando anche l'America. L'"Eco d'Italia" di New York, del 19 agosto scorso, riportava un articolo del "Diritto" dando la notizia delle scoperte di Manzetti e soprattutto della trasmissione dei suoni e delle parole. Ecco come questo giornale si esprime: "Manzetti trasmette direttamente le parole per mezzo di un filo telegrafico ordinario con un apparecchio più semplice di quello che usiamo oggi per scrivere. Oramai due negozianti potranno trattare istantaneamente dei loro affari da Londra a Calcutta, annunciarsi le speculazioni, proporle, combinarle. Degli esperimenti sono già stati fatti; i loro risultati sono stati sufficentemente positivi per poter stabilire le possibilità pratiche di questa scoperta. La musica si trasmette perfettamente. Le parole non sono state ancora tutte riprodotte; quelle sonore si sentono distintamente, quelle dal suono debole si percepiscono in modo confuso: questo è causato dal materiale che il Manzetti ha potuto utilizzare per il suo abbozzo. Ma è in fase di perfezionamento. Tuttavia la possibilità di trasmettere per mezzo dell'elettricità le vibrazioni delle onde sonore prodotte dalle parole, per la scienza è un fatto acquisito. Non servono commenti per far capire quanto sia importante questa scoperta." Abbiamo ricevuto oggi da Clifton Staten Island una lettera da parte del Signor Meucci, il quale rivendica questa scoperta dicendo che era già stata scoperta da lui stesso prima del 1860. Noi gli cediamo la parola e trascriviamo un passaggio della sua lettera. Riproduciamo anche un'altra lettera, quella del Signor Bendelari dandoci la conferma che Meucci ci ha scritto...

L'articolo proseguiva pubblicando la lettera di Meucci e la risposta di Bendelari, già riproposte nelle pagine che precedono.
Quanto visto fino ad ora spinge a fare una semplice considerazione, la cui importanza si comprenderà meglio in seguito quando verrà analizzata la posizione di Bell nella "vicenda telefono": vale a dire che tutto questo gran parlare dell'invenzione di Manzetti e della presa di posizione di Meucci induce a dedurre che fino ad allora nessun giornale aveva mai diramato la notizia della possibilità pratica di trasmettere a distanza i suoni e le parole. Di conseguenza, anche volendo prescindere dall'anteriorità dell'uno o dell'altro, sembra alquanto bizzarro negare a Manzetti e a Meucci i loro meriti nell'invenzione del telefono, attribuendola allo scozzese Bell. Comunque, molti altri giornali parlarono diffusamente dell'invenzione di Manzetti. Oltre a quelli già proposti, si ricordano in particolare:
- "L'Italia Contemporanea" di Firenze del 10 agosto 1865 (la cui annata è andata perduta con l'alluvione che ha flagellato la città toscana nel 1966);
- "Il Commercio d'Italia" di Genova del 1 dicembre 1865;
- "Rossini", giornale artistico teatrale di Napoli, del 20 agosto 1865; ed altri che verranno analizzati.

Il 4 gennaio 1866 sul periodico novarese "La Verità" apparve il seguente articolo:

Con il numero del 6 gennaio 1866 del periodico "Il Commercio di Genova" giunsero le prime precisazioni alle dichiarazioni di Antonio Meucci. Infatti Gandolfi, relatore dell'articolo sull'invenzione di Manzetti apparso sul "Diritto" del 10 luglio 1865 e pubblicato da molti giornali italiani e stranieri, prese nuovamente posizione a favore del genio valdostano, mettendo in dubbio non tanto l'ingegno dell'emigrante italiano quanto piuttosto il suo apparecchio, assai meno perfezionato di quello di Manzetti.

Le prove di Meucci... e di Manzetti
Ora - escludendo Bell e Gray, tutt'altro che contemporanei alle sperimentazioni di Manzetti e di Meucci (Durante gli anni delle sperimentazioni (1850/1860) dei due inventori italiani, Bell (nato nel 1847) era poco più che un bambino, mentre Gray (nato nel 1835) era un giovanotto alle prese dapprima con il lavoro di carpentiere e successivamente con gli studi all'Oberlin College) - concentriamo l'attenzione sui due inventori italiani, inquadrando con maggiore precisione e confrontando gli anni che videro impegnati i due geni nei loro esperimenti. Vi è da tenere presente che, secondo alcuni "affidavit" - dichiarazioni giurate rilasciate in occasione del processo che vide contrapposte le invenzioni di Bell e di Meucci - l'inventore fiorentino agli inizi degli anni '60 non aveva ancora definito le sue sperimentazioni sul telefono. Tal Mattia Egloff affermò infatti che
"verso il 1860 o 1861 il Meucci gli disse che scopo dei suoi esperimenti era di riuscire a trasmettere la voce umana per mezzo dei fili elettrici" . Un certo Patrick Kehoc dichiarò invece che "Meucci era dietro a fare uno strumento per trasmettere la voce umana e ciò era nel 1861 o 1862, ed intese a traverso dei fili del Meucci, il suono della voce senza però capire le parole, e che detti fili erano in comunicazione con una battera galvanica".

Come detto in precedenza, con l'apparecchio approntato da Meucci era necessario stringere tra i denti una verga calamitata, il che comprometteva sensibilmente la chiarezza della pronuncia, mentre l'apparecchiatura di Manzetti permetteva la chiara trasmissione della parola perché si poteva liberamente parlare nella cornetta. Tra i due telefoni non vi erano soltanto queste differenze, visto che Manzetti ideò un primo apparecchio telefonico fin dal 1850; nel 1863, allorquando il Meucci sperimentava ancora l'induzione elettromagnetica, il valdostano aveva inoltre già approntato un proprio telefono:
"Sullo scorcio del mese di luglio dell'anno 1863 trovandomi di passaggio per la città di Aosta, venni invitato con altre persone di recarmi a visitare l'uomo artificiale, meccanismo costrutto da un certo Manzetti. (...)" L'inventore era inoltre "occupato a definire un altro suo ritrovato, cioè: la trasmissione della musica e delle parole a lunghissima distanza per mezzo del telegrafo, e che non gli mancava più che qualche nota per compiere la sua invenzione. - Ecco il Telefono". (...) (articolo apparso sulla "Gazzetta Piemontese" del 15 febbraio 1878).

Malgrado la disputa, che coinvolse parte del mondo scientifico di allora ed eccita oggi la curiosità di molti, Manzetti - probabilmente a causa del suo carattere fondamentalmente schivo alle luci della popolarità e dell'innato amore che nutriva per la scienza nella sua essenza, più che per il successo personale che ne poteva scaturire - non depositò mai il brevetto della sua invenzione e questo gli impedì di rivendicarla ufficialmente. Peraltro, come si è visto, i brevetti richiedevano un notevole sforzo economico che Manzetti non era probabilmente in grado di sostenere. Lo stesso Comune di Invorio - grazie al sindaco, barone Giulio Ferrari-Ardicini, che si era recato a visitare Manzetti - il 25 febbraio 1866 gli concesse un contributo di 100 lire per le sue sperimentazioni. Contributo che, seppur minimo (ma di indubbio valore simbolico), poteva anche permettergli di far arrivare da Torino le pile necessarie alla sua invenzione, il cui costo incideva pesantemente sulle finanze familiari. Purtroppo non accettò mai neanche il consiglio di illustrare la sua invenzione presso le maggiori università o negli ambienti del mondo scientifico dell'epoca. Atteggiamento questo che permette di comprendere il motivo per cui il nome di Manzetti non figuri in tutte le enciclopedie e risulti ai più sconosciuto o del tutto ignorato nell'ambiente scientifico.

La visita misteriosa
Manzetti non negava mai l'accesso al suo laboratorio. Nei mesi successivi alla presentazione del prototipo del suo telefono fu raggiunto da numerosi interessati provenienti da ogni dove, ai quali l'inventore non risparmiava spiegazioni sul funzionamento dell'apparecchio. A riprova di ciò si citano alcune testimonianze. La prima viene fornita da un passo tratto dalla "Feuille d'Aoste" del 22 agosto 1865:
"Alcuni meccanici inglesi, ai quali il signor Manzetti ha recentemente svelato il suo segreto per trasmettere la parola per mezzo del filo telegrafico, si propongono di applicare questa invenzione ai telegrafi privati...".
Un altro esempio giunge sempre dalla "Feuille d'Aoste (20 luglio 1870) in un articolo ripreso dal giornale d'Ivrea "Dora Baltea" in cui si raccontavano le impressioni di un viaggiatore in Valle d'Aosta:
" (...) Da qualche anno non c'è visitatore che passando per Aosta non faccia visita a Manzetti, geometra, componente il consiglio municipale della città, e meccanico di prim'ordine. (...) Egli ebbe piacere a farmi vedere e spiegarmi con grande gentilezza le sue principali invenzioni meccaniche. (...)"

Si narra che un giorno si presentò alla sua porta uno straniero molto interessato all'invenzione. Innocenzo, come al solito, non lesinò spiegazioni e con il suo solito fare gentile e premuroso illustrò con molti ragguagli la sua creazione. Nessuno venne mai a conoscenza del nome del misterioso visitatore, così tanto preparato e afferrato in materia di elettricità. Più tardi si seppe che lo scaltro personaggio era un esperto elettricista statunitense, forse addirittura il professor Graham Bell. Il pettegolezzo si basava sul fatto che lo scozzese avrebbe lasciato a Manzetti il suo biglietto da visita... Si noti che l'apparecchio presentato da Bell assomigliava moltissimo a quello approntato dall'inventore di Aosta 12 anni prima, ed è piuttosto per questa ragione che molti attribuirono allo sconosciuto visitatore il nome di Bell.

Come è stato appurato, Bell riuscì ad ottenere il brevetto del telefono perché depositò la sua domanda qualche ora prima di quella di Gray. Anche se, a dire il vero, c'è chi afferma che, mettendo a confronto le capacità dei due americani, si è portati a credere a quelle insinuazioni secondo cui Bell, tramite il suocero Hubbard, avrebbe corrotto l'esaminatore capo dell'Ufficio Brevetti di Washington, ottenendo l'anticipazione dell'ora di presentazione della sua domanda, prevaricando così i diritti di Gray. Sarebbe stato soltanto dopo il suo ritorno a Boston che Bell avrebbe approntato in pochi giorni il suo apparecchio telefonico. Infatti fu solamente il 10 marzo 1876 che comunicò con "l'esterefatto" Watson da due differenti stanze. Il 9 luglio dell'anno successivo fu costituita la "Bell Telephone Co." tra Bell, Hubbard e Sanders. Questa riuscì in poco tempo a realizzare una prima trasmissione telefonica alla ragguardevole distanza di 22 km. Tra il 1876 e il 1880 Gray tentò invano di contrastare il brevetto di Bell.

I numerosi processi
Durante la fase di ricerca sono stati inoltre trovati, tra centinaia di materiali diversi (lettere, giornali, foto, ecc...), alcuni documenti inediti di capitale importanza. La prima testimonianza è un articolo apparso sulla rivista londinese The Telegraphic Journal and Electrical Review del 7 gennaio 1882 a cura del Maggiore W.C. Barney, personalità molto competente in materia di brevetti e di prime scoperte telefoniche. Barney scriveva (28-12-1881) all'editore della rivista, allegando un articolo del Fanfulla di Roma del 1878, che Manzetti di Aosta poteva essere considerato il vero inventore del telefono in quanto aveva già presentato pubblicamente un telefono elettrico molti anni prima del brevetto di Bell. Barney fu inoltre autore di un secondo articolo apparso nuovamente sul The Telegraphic Journal and Electrical Review in data 23 febbraio 1884, nel quale si esprimeva nella seguente maniera:

Nella Rivista 7 gennaio 1882 io pubblicai che Manzetti di Aosta, in Italia, reclamava per la sua invenzione di un telefono del 1865, e nel 28 dello stesso mese suddetto, annunciavo eguale reclamo per parte di M. Donough, e si pubblicavano la descrizione ed i disegni del suo brevetto datato dal 10 Aprile 1876. Faccio ora pubblico il reclamo di Meucci, un italiano residente a New-York, che asserisce di avere inventato e costruito un telefono nel 1849. Io sentii parlare di questa invenzione, e la trattai come una semplice voce, perché Meucci fece registrare la sua invenzione all'Ufficio dei Brevetti degli Stati Uniti nell'anno 1871. (...) La prima memoria ufficiale di quest'invenzione, per parte di Meucci, è la registrazione da lui chiesta nel 1871 all'ufficio delle Privative degli Stati Uniti, e la prima notizia stampata della sua asserzione "di trasmettere esattamente il discorso" che io abbia potuto trovare, è il "Commercio di Genova" del 1865. (...) Il riferimento è all'occasione in cui Meucci scrisse al giornale ligure in risposta all'articolo che trattava la precedenza dell'invenzione di Manzetti. L'autorevole opinione del Maggiore Barney, che pone più di un dubbio sulla datazione dell'invenzione di Meucci e che per contro non esclude l'anteriorità della scoperta di Manzetti, è da considerare alquanto importante. Essa, infatti, da un lato è pronunciata da uno dei più grandi esperti del campo; dall'altro, proviene da un Paese che, non potendo vantare alcun "pretendente" inventore, si è sempre dimostrato piuttosto neutrale in merito alla vicenda dell'invenzione del telefono.

 

La lettera di Tanner

Oltre alle dichiarazioni di Barney, un altro documento inedito da segnalare è la sbalorditiva lettera che il procuratore dell'Ufficio Brevetti di Washington, Aug. M. Tanner, scrisse nel novembre del 1885 al canonico Edouard Bérard (grande amico di Manzetti) per avere una conferma dell'anteriorità dell'invenzione valdostana. Conferma che gli avrebbe permesso "di riconoscere il defunto Manzetti come il vero inventore del telefono vocale". Parole che confermano indiscutibilmente una situazione finora mai considerata: il nome di Manzetti arrivò anche all'Ufficio Brevetti statunitense, lo stesso che nove anni prima aveva concesso il brevetto a Bell... E vi giunse non in maniera incidentale, poiché laggiù vi era una personalità autorevole disposta ad accordare al valdostano la priorità assoluta sull'invenzione del telefono!
Purtroppo la mancanza della documentazione successiva impedisce di comprendere come sia terminata questa vicenda finora sconosciuta. E' comunque probabile che essa si inserisca nelle varie dispute che nel corso degli anni ottanta videro contrapposti i diversi pretendenti all'invenzione del telefono (la più importante fu quella tra Bell e Meucci), liti che si acuirono proprio nel 1885. In quell'anno infatti si era accesa una controversia che - nata a causa delle proteste e delle citazioni di alcuni privati cittadini, di diverse compagnie telefoniche e della stampa - portò in tribunale una vertenza giudiziaria tra il Governo degli Stati Uniti d'America e la Compagnia telefonica di Alexander Graham Bell. L'accusa intendeva annullare la validità del brevetto di Bell. Le denunce di frode contro l'inventore erano state sollevate fin dall'agosto 1885 e furono inviate al District Attorney del Tennessee. Le accuse presentate erano molto forti, tanto da mettere in dubbio la serietà dello stesso Ufficio Patenti contro cui l'Attorney General, signor Garland, ordinò un'inchiesta. Quest'ultimo, rilevate le irregolarità, ordinò in nome del Governo degli Stati Uniti un procedimento contro Bell. Il Governo considerò valide le accuse contro l'inventore e, nel mese di settembre, promosse giudizio contro la Compagnia che lo sosteneva. Il mese successivo furono inoltre presentate, da parte di diverse compagnie, alcune ulteriori domande per l'annullamento del brevetto di Bell. Le richieste furono esaminate dal Ministero dell'Interno e dal Commissario delle patenti. Fu nel mese di novembre che a Washington si tennero le udienze contro Bell, in presenza del Sottosegretario di Stato Lamar. Ma siccome la Compagnia di Bell aveva ormai esteso enormemente i suoi impianti e il brevetto stava per giungere alla sua naturale scadenza legale, la questione della priorità dell'invenzione venne a poco a poco abbandonata... La lettera di Tanner va quindi probabilmente inquadrata nell'ambito dei vari tentativi volti a fare maggiore chiarezza sulla vicenda; essa costituisce comunque un elemento che potrebbe cambiare completamente le carte in tavola sul "giallo" dell'invenzione del telefono.

 

Queste vicende, tanto curiose quanto significative, possono essere sufficienti per capire che Bell e Meucci, i due principali "contendenti" di Manzetti, sono da considerare successivi alle sperimentazioni e alla scoperta dell'inventore valdostano.

Indubbiamente, malgrado le numerose dispute, gli italiani Manzetti e Meucci non guadagnarono nulla dalla loro scoperta. Entrambi morirono infatti in povertà. Chi riuscì a trarre vantaggi dall'invenzione del telefono fu soltanto Bell, che in pochi anni seppe crearsi un impero finanziario: la "American Bell Telephone", azienda che nel corso del tempo ha saputo ritagliarsi uno spazio commerciale molto importante. Oggi la creatura di Bell, il cui nome attuale è "AT&T" (American Telephone and Telegraph), è considerata la più grande compagnia telefonica del mondo).

  

 

La lettera scritta al canonico Bérard di Aosta dal procuratore dell'ufficio brevetti di Washington il 12 novembre 1885,

che sembrava aprire uno spiraglio al riconoscimento americano dell'invenzione di Manzetti

 


A cura di:  Centro Studi de Tillier, viale Federico Chabod, 62 - 11100 Aosta - Italy.

 

 

Copyright(c) 2007 Mauro Caniggia Nicolotti & Luca Poggianti. Tutti i diritti riservati.
telefono@innocenzomanzetti.it